di Massimiliano D’Uva
L’Italia ha cambiato più volte il modo di amministrare e promuovere il turismo. La Costiera Amalfitana, intanto, ha continuato a essere desiderata. È da questa distanza tra l’instabilità delle politiche pubbliche e la forza del richiamo dei luoghi che dovrebbe partire la riflessione sul nuovo Osservatorio regionale sui flussi turistici e sulle attività ricettive della Campania, insediatosi oggi, 30 settembre 2026.
Secondo il comunicato di ANCI Campania, l’organismo, istituito con decreto del presidente Roberto Fico e presieduto dall’assessore al Turismo Enzo Maraio, dovrà coordinare il monitoraggio dei flussi e il confronto con il settore. A rappresentare i Comuni è il sindaco di Amalfi Daniele Milano, delegato al turismo dell’associazione, che indica alcune priorità concrete: dati accessibili, sistemi informatici integrati, procedure più semplici e partecipazione degli enti locali alle decisioni.
Proposte condivisibili. Ma l’insediamento di un nuovo organismo pone anche una domanda: quanto hanno inciso le politiche di promozione sulle scelte dei viaggiatori e quanto, invece, hanno beneficiato di un’attrattività già esistente?
La discontinuità istituzionale è documentabile. A livello nazionale, le competenze sul turismo sono passate ai Beni culturali nel 2013, alle Politiche agricole nel 2018, nuovamente ai Beni culturali nel 2019, fino all’istituzione di un ministero autonomo nel 2021. Cambiamenti che non dimostrano, da soli, l’inefficacia delle politiche, ma restituiscono l’immagine di un settore al quale la politica ha cercato ripetutamente una collocazione amministrativa.
Anche in Campania la riorganizzazione ha interessato più livelli: la legge regionale del 2014 ha previsto un nuovo assetto, con l’Agenzia regionale per la promozione del turismo e il superamento degli enti provinciali per il turismo e delle aziende di soggiorno e turismo. Un riordino che ha coinvolto strutture storicamente legate alla conoscenza delle destinazioni e all’accoglienza locale.
Cambiare un assetto, però, non equivale a costruire una visione duratura. La continuità si misura nella capacità di mantenere obiettivi, competenze e strumenti anche quando cambiano amministratori e maggioranze. E il coordinamento tra Comuni, livello provinciale, Regione e Stato si verifica nei servizi che il visitatore incontra, prima ancora che nelle campagne che vede.
Qui sta il punto critico. La crescita delle presenze non può essere automaticamente attribuita all’efficacia della promozione istituzionale. Per farlo occorrerebbe distinguere il contributo delle campagne da quello dei collegamenti, degli investimenti privati, del passaparola, della comunicazione spontanea e della reputazione accumulata nel tempo.
Non sarebbe rigoroso assegnare senza dati una percentuale minima al ruolo della promozione pubblica. È però altrettanto poco rigoroso rivendicare il successo di una destinazione soltanto perché gli arrivi aumentano.
La Costiera Amalfitana rende questa distinzione particolarmente evidente. Il suo richiamo precede le strategie contemporanee: nasce dal paesaggio, dalla storia dei paesi, dal rapporto tra mare e montagna, dalla cultura dell’ospitalità. Il riconoscimento UNESCO del 1997 riguarda proprio il valore di questo paesaggio mediterraneo, modellato dalla natura e dall’opera dell’uomo.
A custodire e rinnovare quella reputazione contribuiscono alberghi, ristoranti, artigiani, agricoltori, guide e lavoratori dell’accoglienza. Per chi sceglie Amalfi, Positano o Ravello come meta del cuore, il desiderio del viaggio può nascere da una fotografia condivisa sui social, da un racconto familiare, da un’esperienza precedente. Non necessariamente da uno slogan istituzionale in una fiera per operatori di settori o per l’ennesimo display a Piccadilly Circus.
Questo non rende superflua la promozione. Ne impone una più precisa giustificazione: raggiungere mercati nuovi, dare visibilità ai luoghi meno conosciuti, favorire soggiorni più lunghi, distribuire la domanda nei mesi meno frequentati. Promuovere ancora una destinazione già molto richiesta, senza prepararla ad accogliere meglio, rischia invece di accentuarne gli squilibri.
Per la Costiera, il banco di prova è ormai la gestione del successo: mobilità, manutenzione, rifiuti, accessibilità, disponibilità di abitazioni e tutela del paesaggio, omettendo volutamente la sanità, che merita per il nostro territorio un capito a parte. Sono questioni che incidono tanto sull’esperienza del turista quanto sulla possibilità, per i residenti, di continuare a vivere nei propri paesi.
Il richiamo di Milano alla capacità di carico delle infrastrutture e al coinvolgimento delle comunità merita quindi attenzione. Un Comune non può essere soltanto il luogo nel quale si riversano flussi incoraggiati altrove: deve poter concorrere alle decisioni e disporre degli strumenti per sostenerne le conseguenze.
L’Osservatorio sarà utile se consentirà di capire non soltanto quante persone arrivano, ma quando si concentrano, come si spostano, quanto restano e quali pressioni producono. E se queste informazioni orienteranno scelte verificabili, con responsabilità e tempi definiti.
L’Italia in generale e la Costiera Amalfitana, in particolare, possiedono un capitale di bellezza e reputazione che nessuna amministrazione può intestarsi. Il compito della politica è farlo durare, migliorando ciò che dipende dalle sue decisioni. Il risultato da rivendicare dovrebbe essere questo: una destinazione che resta desiderata e una comunità che può ancora abitarla.


