di Massimiliano D’Uva
Mettere le mani in pasta, preparare una pizza, sedersi a tavola insieme. Gesti quotidiani che acquistano un significato profondo quando diventano occasioni di partecipazione per chi incontra, nella propria vita, maggiori ostacoli all’incontro con gli altri. Il 2 ottobre, al Caruso, a Belmond Hotel Amalfi Coast di Ravello, questi gesti hanno dato forma a una giornata in cui l’accoglienza si è tradotta in tempo, attenzione e relazioni.
L’iniziativa «Al Caruso io mi diverSo» ha coinvolto dodici partecipanti del Centro Don Orione e dell’associazione Diamoci la Mano di Ercolano. Ad accompagnarli, il direttore don Rosario Belli, la presidente Liberata Scognamiglio e i volontari delle due realtà. Con l’executive chef Armando Aristarco e il pizzaiolo Antonio Ciaravolo hanno preparato le proprie pizze, prima di visitare la struttura e condividere il pranzo al Caruso Grill.
Il valore di un’esperienza simile si comprende anche pensando a ciò che precede una giornata fuori dall’ordinario: l’attesa, la preparazione, il desiderio di esserci. Per una persona con disabilità, poter partecipare significa trovare un ambiente disposto ad accogliere i suoi tempi e il suo modo di comunicare. Significa avere l’opportunità di provare, scegliere, riuscire in qualcosa e condividere quella soddisfazione.
È in questa attenzione che prende corpo l’inclusione. Una parola spesso affidata ai programmi e alle dichiarazioni, che ha bisogno di luoghi, persone e gesti concreti per diventare esperienza. Un grembiule da indossare, un impasto da lavorare, un posto a tavola sono occasioni attraverso cui sentirsi parte della vita comune.
La giornata è nata dalla collaborazione tra la direzione del Caruso, guidata dalla general manager Iolanda Mansi, il reparto Risorse Umane, con la HR manager Sabrina Giordano, e la cucina, con Armando Aristarco e la sua brigata. A favorire l’incontro è stata la maestra Patrizia Porzio, che collabora da tempo con le due realtà di Ercolano.
Aprire le porte a esperienze come questa esprime una vicinanza al territorio che passa attraverso il rapporto con le persone. Una struttura conosciuta a livello internazionale può contribuire alla crescita del territorio non solo economicamente, offrendo le proprie competenze e creando occasioni di incontro. L’ospitalità acquista così un significato più ampio, capace di raggiungere chi ha meno opportunità di accedere a determinati spazi.
Le persone più fragili hanno molto da dare: capacità, interessi, affetto, idee, modi personali di osservare e vivere ciò che le circonda. Per riconoscere questo contributo occorre lasciare spazio alla conoscenza reciproca, senza ridurre nessuno alla sua condizione o trasformare ogni gesto in un’eccezione da celebrare.
Chi vive da vicino la disabilità conosce il peso delle occasioni mancate, degli inviti che non arrivano, delle attività pensate senza considerare esigenze differenti. Sa anche quanto possa contare un’esperienza vissuta con serenità, nella quale sentirsi accolti e poter essere se stessi. Sono momenti che possono lasciare fiducia e aprire nuove possibilità di relazione.
Al Caruso, il 2 ottobre, si è creato uno spazio fisico in cui incontrarsi attraverso un’attività condivisa, imparare qualcosa insieme e portare a casa un ricordo al quale ciascuno ha contribuito.
Da esperienze come questa può crescere una comunità più attenta: una comunità che riconosce i bisogni delle persone più fragili e sa vedere, con altrettanta chiarezza, ciò che possono offrire.


